lunedì 9 dicembre 2013

Alter Bridge - 2013 - Fortress


Data di uscita: Ottobre 2013
Genere: Hard Rock
Etichetta: Alter Bridge Recording (USA), Roadrunner Records (EU)
Formazione: Myles Kennedy (voce, chitarra ritmica), Mark Tremonti (chitarra solista, cori), Brian Marshall (basso), Scott Phillips (batteria)
Acquista in formato Compact Disc: Amazon UKAmazon ITibs.it
Acquista in formato Vinile LP: Amazon UK, Amazon ITibs.it
Ascolta gratuitamente su Spotify: Alter Bridge - 2013 - Fortress

Un disco ogni tre anni. Precisi come un orologio svizzero gli Alter Bridge ogni tre anni presentano un nuovo lavoro in studio. Questa volta, tuttavia, l'attesa è stata maggiore del solito. Un po' per l'insicurezza riguardo al futuro della band, visto che i Creed (la vecchia band di Tremonti, Marshall e Phillips) si sono riformati, visto che Myles Kennedy è stato a tutti gli effetti il cantante del progetto solista di Slash e come se non bastasse Mark Tremonti ha pubblicato anch'egli un progetto solista. Tutti progetti paralleli che per un po' hanno fatto temere uno scioglimento degli Alter Bridge. Un po' perché bisogna ammettere che il loro disco precedente, AB III, non era stato all'altezza dei primi due dischi in studio pubblicati.

Le attese tuttavia non sono state vane, visto che siamo probabilmente di fronte al miglior album in studio della band. Un full-length che rappresenta la consacrazione definitiva del gruppo, classificandolo ormai nettamente come uno dei migliori gruppi hard rock del mondo, se non addirittura LA migliore band contemporanea in circolazione.

Mark Tremonti duran-
te il concerto di Roma
dell'11 novembre 2013
Mark Tremonti, deus ex machina nonché chitarrista della band, forte dell'ottima esperienza solista di All I Was, scrive canzoni molto più dure e graffianti rispetto al passato. Sia chiaro, il sound estremamente melodico della band è e rimane uno dei trademark più importanti, ma è altrettanto significativo il cambio di stile verso un sound più maturo, più articolato, in cui i riff si fanno più pesanti sfiorando in alcuni passaggi l'heavy metal, come per esempio nella canzone Addicted to Pain.

Anche le tematiche trattate nei testi delle canzoni non si limitano più esclusivamente a temi quotidiani quali l'amore e l'amicizia (comunque presenti in molti pezzi), ma spaziano dall'ecologia alla saggezza dei più anziani fino addirittura all'astronomia e alla fantascienza, come nel caso di Farther Than the Sun.
Anche le ballad, che in passato hanno reso la band celebre con pezzi come Open Your Eyes, Broken Wings, Watch Over You oppure Ghost of Days Gone By, sono del tutto assenti con la sola eccezione di All Ends Well.

Myles Kennedy duran-
te il concerto di Roma
dell'11 novembre 2013
La voce di Myles Kennedy in questo disco è ancora più strepitosa del solito. Non stupisce che Jimmy Page, in uno dei suoi (goffi) tentativi di riformare i Led Zeppelin senza Robert Plant, volesse proprio l'amico Myles per la sua band.
Ha una voce unica e l'ha già dimostrato in passato, ma in questo disco supera se stesso, portandosi a livelli incredibili. La già citata All Ends Well ha delle note vocali altissime da raggiungere, che il cantante di Boston raggiunge con la stessa facilità con cui uno chef di livello mondiale si cucina un uovo al tegamino in casa.
C'è forse da sottolineare un eccessivo uso delle sovraincisioni vocali durante quasi tutta la durata del disco. Niente di fastidioso, può anche darsi che a molte persone piacciano e non siano d'accordo con me nel condannare l'abuso di overdubbing, ma ritengo che un cantante della caratura di Myles Kennedy non ne abbia assolutamente bisogno e che sia superfluo usarne in eccesso.

Da sottolineare anche le parti, spesso sottovalutate, del duo ritmico Brian Marshall/Scott Phillips, che dà sempre un ottimo contributo con le linee di basso sempre impeccabili il primo e con giri di batteria indiavolati il secondo. Specie nei loro spettacoli dal vivo (a uno dei quali ho avuto la fortuna di assistere l'11 novembre 2013 a Roma) il loro suonare quasi a metronomo risulta fondamentale per permettere a Tremonti di liberare i suoi formidabili guitar solos e a Myles di fare pressoché quel che vuole con la sua voce.

In conclusione, è sicuramente uno dei migliori dischi dell'anno 2013, una dimostrazione di forza da parte di una band che molti, troppi, avevano dato per spacciata a causa di un album non troppo convincente e dei tanti progetti paralleli dei suoi membri. La band è invece tornata più forte e più dura di prima, per piantare la bandierina sulla cima e affermarsi tra i migliori gruppi hard rock del mondo.

Voto: 8.5

Vi lascio con l'inquietante video del primo singolo estratto dall'album: la spettacolare e quasi heavy metal Addicted to Pain. Buon ascolto.


domenica 24 novembre 2013

Scorpion Child - 2013 - Scorpion Child



Data di uscita: Luglio 2013
Genere: Hard Rock
Etichetta: Nuclear Blast Entertainment
Formazione: Aryn Jonathan Black (voce), Chris Cowart (chitarra solista, cori), Thomas "The Mole" Frank (chitarra ritmica, cori), Shaun Avants (basso, cori), Shawn Alvear (batteria)
Acquista in formato Compact Disc: Amazon UKAmazon ITibs.it
Acquista in formato Vinile LP: Amazon UK, Amazon ITibs.it
Ascolta gratuitamente su Spotify: Scorpion Child - 2013 - Scorpion Child

Che esista oggi un fenomeno retro-rock, ovvero un ritrovato interesse per lo stile musicale degli anni Sessanta o Settanta, è innegabile. Che la Nuclear Blast Entertainment sia sempre interessatissima ai trend del mondo della musica hard rock ed heavy metal è anche questo indiscutibile, così come il loro fiuto per le giovani promesse del genere.

Eppure i texani Scorpion Child, con questo loro dinamitardo album di debutto eponimo, dimostrano di non essere la solita band retro-rock che incide musica identica a quella del loro gruppo preferito della decade d'oro dell'hard rock, non si tratta del solito gruppo che sfrutta una moda per ricavarne successo effimero. Gli Scorpion Child sono una band eccezionale, capace di imparare la lezione dei maestri del passato per creare un sound unico, ma allo stesso tempo old-school.

Da sinistra a destra:  Thomas "The Mole" Frank (chitarra ritmica),
Aryn Jonathan Black (voce), Chris Cowart (chitarra solista),
Shawn Alvear (batteria), Shaun Avants (basso) 
La voce del cantante Aryn Jonathan Black è davvero sublime: a tratti rauca, a tratti pulita, a tratti grave e a tratti acuta, capace di adattarsi perfettamente a ogni tipo di canzone scritta dalla band. Un concentrato di energia vocale che non poche persone hanno accostato a quella del cantante hard rock per antonomasia: Robert Plant, con cui il ragazzo condivide grossomodo timbro ed estensione vocale. Le due chitarre di Cowart e Frank sono anch'esse piene di energia, ma allo stesso tempo sono dotate di tecnica sopraffine e producono riff devastanti a profusione, in puro stile anni Settanta. Le linee di basso di Avants per lunghi tratti seguono l'andamento della chitarra, salvo poi occasionalmente uscire dai ranghi e regalarci dei momenti assolutamente entusiasmanti. Infine, la presenza di un grandissimo batterista garantisce ritmi imbufaliti e momenti di calma gestiti con estrema confidenza, regalandoci anche momenti esaltanti con cambi di tempo e rullate potentissime, come ad esempio nella traccia In the Arms of Ecstasy.


Il disco apre con la traccia on the road, che molto deve alla tradizione "zeppeliana" e a quella dei Deep Purple, Kings Highway. Ottima apertura del disco, in cui il cantante Black ci mostra subito nei primi secondi cosa è capace di fare, prima di partire con una canzone eccellente, in cui il blues delle strofe contrasta sapientemente con l'esplosione e la "tensione" del ritornello. Segue poi l'ermetica ma esplosiva Polygon of Eyes, da sparare attraverso le casse a volume molesto, in cui la tradizione va momentaneamente a farsi friggere, in favore di una traccia quasi heavy metal in cui di nuovo Black tira fuori dalle corde vocali tutto quel che ha. The Secret Spot si assesta sullo stesso stile musicale di Kings Highway, anche se stavolta i testi parlano di una storia d'amore. Si prosegue con Salvation Slave, che poco aggiunge al sound introdotto nelle prime tre tracce, per arrivare al pezzo forte di tutto il disco, Liquor (di cui trovate un video alla fine di questa recensione), canzone che parla della sofferenza dovuta alla lontananza dalla persona amata, affogata in un alcol che allontana contemporaneamente altre persone amate, gli amici:

I've been aching, lately, baby, 
To see you again
An lose another friend
Over drinking, baby
I'm thinking I'll be with you again

La seconda parte del disco si apre con Antioch, un invito a lottare per tenere il proprio sogno nel cassetto in vita, canzone in cui si rallenta un po' di ritmo e si respira dopo le prime cinque canzoni, salvo poi ripartire subito dopo a mille con In the Arms of Ecstasy, caratterizzata da frequenti cambi di tempo in cui l'abilità del batterista Alvear e del bassista Avants sono esaltate al massimo, e Paradigm, anche questa in linea con quello che ormai abbiamo capito essere il loro sound tipico.
L'ultima traccia originale dell'album è Red Blood (The River Flows), secondo me forse l'unica vera traccia debole dell'intero disco, che vorrebbe chiudere con un lento un album finora adrenalinico, ma che finisce un po' per annoiare, complici anche i quattro minuti di grilli successivi alla conclusione della canzone, che portano a un pezzo acustico nascosto registrato a volume molto più basso rispetto al resto dell'album.
Chiude l'album una cover dei Lucifer's Friend, altra fonte d'ispirazione per il sound della band, ovvero Keep Going, che mostra l'aggiunta di una tastiera (anche se nei credits del disco non è indicato chi l'abbia suonata), che esula un po' dallo stile del gruppo, ma è suonata talmente bene che possiamo sorvolare su questo.

In conclusione, un esordio davvero convincente da parte di questa band del Texas. Un sound sì old-school, ma all'interno di un progetto musicale volto prima di tutto a dare un'identità al gruppo e non a fare la cover band. Se siete amanti del rock classico, volete scoprire un nuovo gruppo e potete permettervi un solo disco di una band esordiente, vi consiglio caldamente di comprarvi questo, non vi deluderà.

Voto: 8

domenica 5 maggio 2013

Chi salverà la musica



La musica vive sicuramente un momento particolare, soffrendo sia di una crisi sua personale che dura da più di un decennio, sia della crisi mondiale che attanaglia l'economia globale.

I motivi di questa crisi sono fondamentalmente tre, tutti indubbiamente legati tra loro:
  1. La pirateria.
  2. La palese mancanza di idee e di fantasia nella musica di oggi.
  3. Il fatto che la musica non si è evoluta verso supporti in alta definizione, come ha fatto l'home video con l'avvento del Blu-Ray Disc.
A sentire le case discografiche, i punti 2 e 3 non esistono, la colpa è di un fattore unico, gli mp3 illegali. Ma staranno veramente così le cose?

Il formato mp3 nasce nella seconda metà degli anni Novanta come un formato musicale di piccole dimensioni, quando i personal computer stavano avendo una diffusione planetaria, a causa del loro costo abbordabile per cui quasi tutte le famiglie potevano permettersene uno. Fu una vera rivoluzione, la diffusione del formato fu fulminea e globale, in quanto contemporaneamente vennero rilasciati software in grado di far creare all'utente playlist personalizzate, in cui la sequenza dei brani era scelta dall'utente stesso e non dal produttore, e a differenza delle musicassette si poteva saltare da un brano all'altro senza dover tener premuto il tasto "Avanti". Questo finché non arrivò Napster.

Rilasciato nell'estate 1999, Napster era un programma di file-sharing, il cui software fungeva da motore di ricerca per accedere ai file mp3 contenuti nei PC degli altri utenti. Cominciò ufficialmente l'era della pirateria per la musica.
Innumerevoli le battaglie sostenute sia dalle case discografiche che dai gruppi musicali (storica fu la diatriba con i Metallica) e, dopo due anni di polemiche, lo Stato Americano riuscì a far chiudere il servizio per ripetuta violazione del copyright. Ma era troppo tardi, il danno era ormai stato fatto.
A seguito della chiusura di Napster, gli utenti erano talmente abituati a rimediare gratuitamente le canzoni desiderate da far salire la domanda per un servizio che sostituisse Napster. E così è stato, visto che negli anni immediatamente successivi nacquero innumerevoli software e sempre nuovi protocolli creati con lo scopo di condividere contenuti illegali.

Le case discografiche, sia per l'utilizzo proprio di programmi di file sharing , che per il fatto che le nuove generazioni si sono abituate a non pagare per avere la musica desiderata, hanno subito un colpo tremendo, che le ha portate alla situazione critica attuale.

Come ho detto in precedenza però, la colpa non è esclusivamente della pirateria. Innanzitutto le case discografiche si sono attrezzate troppo tardi per distribuire mp3 a pagamento, quando ormai la diffusione del materiale illegale era fuori controllo. Quando poi hanno avviato la vendita di mp3 legali, politiche restrittive che in molti hanno criticato (tra cui anche Steve Jobs) hanno impedito la vendita di massa di tale prodotto. In pratica un mp3 acquistato su iTunes poteva essere ascoltato solo dagli iPod, mentre se acquistato altrove poteva essere ascoltato solo con un lettore proprietario (i famigerati protocolli DNR). Questa fu la richiesta delle case discografiche.
Viene da sé che di mp3 se ne vendevano pochi. Perché devo acquistare il lettore della Apple per acquistare mp3 su iTunes, se altrove trovo un prodotto migliore, gratuito e sprovvisto di DNR?

La risposta delle case discografiche fu quella di dire "vendiamo pochissimi mp3, quindi dobbiamo vendere musica semplice e orecchiabile, per ascoltatori pigri". Non esplicitamente, ma di fatto dal 2007 in poi la qualità media della musica è scesa notevolmente: non si sperimenta più sui generi, non si investe più sulle giovani promesse se non sono affari sicuri, prodotti da reality o bei faccini messi su un palco per far innamorare le ragazzine dalla spesa online facile. Al massimo, si consente alle vecchie glorie di continuare a lavorare per i fan, con risultati a mio avviso spesso disastrosi. Ma di questo parlerò in un futuro intervento.
Oggi i DNR sugli mp3 non esistono più, ma - di nuovo - il danno è stato già fatto.

Oggi forse la soluzione al problema è stata trovata.

L'arrivo di Spotify rappresenta una vera, nuova, rivoluzione per il mondo della musica digitale. Spotify è un servizio online che permette di ascoltare gratuitamente e legalmente (solo se connessi ad Internet) fino a 10 ore di musica mensili, intervallate da uno spot pubblicitario di 30 secondi ogni 5-6 canzoni ascoltate. Spotify fornisce anche una tariffa di 5 € mensili per togliere la pubblicità e il limite di 10 ore al mese e una tariffa di 9 € al mese per poter scaricare sul computer le canzoni preferite.
Qualcuno ha finalmente capito che il proibizionismo non è la soluzione: le persone si sono abituate per quasi quindici anni a non pagare la musica. Cosa li spingerebbe a cambiare abitudine di vita di punto in bianco? Chiudendo servizi illegali? Ne spunterebbero altri. Bussando casa per casa a controllare la legalità degli mp3 detenuti? Impossibile.
Meglio fornire un servizio minimo gratuito e un servizio completo a pagamento, in maniera simile all'abbonamento mensile delle piattaforme televisive digitali. Una vera rivoluzione, appunto, qualcosa che non era mai stata fatta, e che a mio avviso salverà la musica dal tracollo totale.

Esiste poi tutta una categoria di romantici fruitori della musica, alla quale il sottoscritto appartiene, che non ha mai abbandonato i supporti fisici e il collezionismo. Quelli che continuano a comprare CD, quelli che si riempiono casa di dischi perché si sentono in difficoltà a comprare qualcosa che non possono tenere tra le mani. Non temete, neanche questa categoria è stata risparmiata dalle follie delle case discografiche.

Infatti, un altro errore cosmico delle case discografiche è stato non puntare su un formato ad alta definizione sonoro, superiore al compact disc, come quello che sta risollevando il mondo cinematografico home video: il Blu-Ray.

Un paio di tentativi di sorpassare il CD fu fatto a inizio millennio con il Super Audio CD, formato infinitamente superiore al semplice CD, che poteva supportare audio Dolby 5.1, una gamma di frequenze più ampia e una frequenza di campionamento 64 volte più alta. Contemporaneamente fu sviluppato un formato che sfruttava il supporto DVD per ottenere tracce audio fino a 10 volte migliori (il DVD-Audio), che aveva anch'esso la possibilità di ascoltare la musica mediante un impianto Dolby 5.1.
Entrambi i formati naufragarono. Non per l'elevato costo del prodotto (che pure era più costoso del CD), non per la diffusione degli mp3 illegali, ma perché le case discografiche pretesero dai produttori di questi nuovi formati che non potessero essere letti da un computer, ma solamente da uno stereo. Quando furono lanciati questi nuovi prodotti, le vendite furono disastrose: non potendo essere letti né dai computer né dai vecchi stereo con lettore CD, l'unico modo di   ascoltare questi nuovi supporti era di comprare un nuovo impianto hi-fi. Indubbiamente una spesa che difficilmente uno decide di intraprendere su due piedi.

E così si tornò al CD, al caro vecchio CD. Un formato vecchio di trent'anni, facilmente piratabile e con una confezione per niente invitante per i collezionisti. E nonostante di formati audio ad alta definizione ce ne siano almeno due (Dolby True HD e DTS-HD), regolarmente usati per l'audio dei film nei blu-ray, di portare l'HD nella musica non se ne parla. Né se ne parlerà mai, sia per l'esperienza passata dei SACD e dei DVD-Audio, sia perché la domanda per supporti fisici HD - in soldoni - non c'è.

Noi vecchi romantici della musica dobbiamo quindi arrenderci all'estinzione? In futuro la musica sarà solo digitale?
Forse. O forse no. Negli ultimi anni sta rifiorendo uno storico formato, il VINILE. I più giovani di voi forse neanche sapranno di cosa stia parlando, quindi è doveroso introdurre il veterano della musica, il formato principe con cui la musica è stata venduta per quasi ottant'anni.

Il disco in vinile (o LP, che sta per long play) è un formato analogico. Si tratta di un disco (di vinile, appunto) che veniva posizionato su un piatto giradischi. Sopra al disco veniva applicata una leva alla quale era a sua volta applicata una puntina all'estremità. La puntina entrava nelle scanalature del vinile dove era incisa (eh già, l'espressione "incidere un disco" viene proprio da lì) la musica. Le vibrazioni sulla puntina generavano la musica che veniva trasferita a un amplificatore che a sua volta faceva suonare in tutta la sua potenza la musica nelle casse. Un formato inferiore per resa, ma infinitamente più romantico, grazie al caldo rumore della puntina che accompagnava la musica. Inoltre, la confezione del vinile era notevolmente migliore di quella del CD. Mentre la copertina di un CD ha dimensioni 12cm x 12cm, quella del vinile ha una dimensione di circa 30cm x 30cm, molto più bello ed elegante.

Quando il CD entrò in produzione, negli anni Ottanta, il vinile lentamente andò in pensione, lasciando il campo al suo successore digitale.

Negli ultimi anni, tuttavia, gli appassionati di musica, stanchi di dover assecondare la loro passione con un formato obsoleto e poco attraente nel suo lato feticcio, hanno cominciato ad intasare le bancarelle dell'usato e hanno cominciato a comperare vecchi dischi in LP. Le case discografiche se ne sono accorte e - forse per la prima volta in vent'anni - hanno fiutato l'affare e ricominciato a incidere vinili.
Il risultato in termini di vendite è stato incredibile, le vendite aumentano ogni anno del 30% e sempre più dischi in vinile, sia nuove uscite che grandi classici (come per esempio Dark Side of the Moon dei Pink Floyd o Mothership e The Song Remains the Same dei Led Zeppelin), vengono rilasciati e regolarmente acquistati dagli appassionati, costituiti sia da vecchi nostalgici che da giovani che, pur di sfruttare questo nuovo vecchio sistema di fruire la musica, stanno acquistando impianti ad alta fedeltà (Hi-Fi).

Ecco, il futuro della musica, almeno nel suo supporto fisico è quello. Nessun supporto fisico riuscirà mai a soppiantare del tutto la musica digitale online, per questo il vinile è quasi sicuramente un supporto che crescerà fino al punto di pensionare chi l'ha pensionato, il CD.
Se poi all'interno delle confezioni dei vinili inseriranno anche dei codici per scaricare legalmente l'album acquistato in vinile, la musica probabilmente avrà trovato il modo di sopravvivere.

Insistere sul CD vuol dire uccidere la musica. Ah, quasi dimenticavo. Data la sua natura analogica, piratare un LP vinilico è impossibile. Casa discografica avvisata...

Roberto Serafinelli

venerdì 25 maggio 2012

Film: Alien

Titolo originale: Alien
Genere: Horror Fantascientifico
Regia: Ridley Scott
Sceneggiatura: Dan O'Bannon
Cast: Sigourney Weaver (Ripley), Yaphet Koto (J.T. Parker), Ian Holm (Ash), Veronica Cartwright (J.M. Lambert), John Hurt (G.E. Kane)
Anno: 1979
Trama: L'astronave da carico Nostromo deve interrompere il proprio viaggio per rispondere a una chiamata di soccorso da parte di un'astronave aliena precipitata su un pianeta inesplorato. Al suo interno però si trovano strane creature dall'indole violenta e apparentemente indistruttibili.


Alien di Ridley Scott è forse uno dei film più importanti della storia della fantascienza cinematografica. Uscito in un periodo in cui si osava molto di più rispetto ad oggi, Alien ha praticamente creato un genere fino ad allora poco sfruttato, quello dell'horror fantascientifico, segnando un successo tale da portare la saga a contare ben tre sequel (Aliens: Scontro Finale, Alien3 e Alien: La Clonazione), ognuno girato da un regista diverso, due spin-off (Alien vs Predator e Alien vs Predator 2) e un recentissimo prequel (Prometheus).


Siamo in piena era "space opera", quando proliferavano film come Guerre Stellari, Star Trek: The Motion Picture e in televisione si producevano serie a tema spaziale come Battlestar Galactica per sfruttare la moda del momento, e Ridley Scott venne incaricato di girare l'ennesimo film di fantascienza ad ambientazione spaziale. Tuttavia, complice anche una sceneggiatura brillante e una trama a dir poco originale, il regista riesce a costruire un prodotto diverso dai film di genere dell'epoca.

Innanzitutto, mentre nelle altre pellicole a dominare erano scenografie con colori chiari, per lo più bianchi (basti pensare all'astronave Enterprise della saga di Star Trek), qui a dominare sono colori più scuri, tendenti al nero, con gli interni dell'astronave, salvo alcune sezioni, sporchi e malridotti. Ridley Scott sceglie inoltre di usare una fotografia con pochissima luce, tenendo lo spettatore in un perenne stato di buio in cui non riesce a capire da dove possa arrivare il pericolo per i propri eroi.

Un horror claustrofobico, dunque, senza possibilità di scampo per i nostri eroi se non quella di contare sulle proprie forze per riuscire a scampare ad un mostro che il regista sceglie di mostrarci solo nella scena finale del film. Fino ad allora, ne vediamo solo qualche parte e sentiamo le urla delle sue vittime via radio. Scelta azzeccata, perché il non sapere cosa abbiamo di fronte crea sempre più paura di un qualcosa che conosciamo.

Come ogni buon film di genere, anche Alien sfrutta l'ambientazione fantascientifica per trattare molte tematiche del presente, dall'avidità degli uomini (rappresentata dalla Weyland Corporation), alla curiosità umana fino alla già citata paura dell'ignoto. Ridley Scott in meno di due ore di film riesce a comunicare allo spettatore molte dele sue tematiche preferite (alcune delle quali riprese nel suo successivo film, Blade Runner).

Dal punto di vista narrativo, è interessante come gli sceneggiatori abbiano costruito una razza aliena elaborando un complicato sistema di riproduzione (che porterà alla scena della nascita dell'alieno, la più "splatter" del film) e anche il mistero che concerne l'astronave aliena ritrovata all'inizio del film, mistero mai risolto che però sarà oggetto del già citato prequel del film, cioè Prometheus, diretto ancora dal maestro Ridley Scott.

In conclusione, un film che va visto, una pietra miliare del cinema che non può mancare nella videoteca di un vero appassionato del genere.

Voto: 9

sabato 4 giugno 2011

Film: American Pie

Titolo originale: American Pie
Genere: Commedia romantica, teen, demenziale
Regia: Paul & Chris Weitz
Sceneggiatura: Adam Herz
Cast: Jason Biggs (Jim), Seann Williams Scott (Stifler), Chris Klein (Oz), Thomas Ian Nicholas (Kevin), Eddie Kaye Thomas (Fynch), Alyson Hannigan (Michelle), Shannon Elizabeth (Nadia), Mena Suvari (Heather), Tara Reid (Vicky), Jennifer Coolidge (Mamma di Stifler)
Anno: 1999
Trama: Quattro ragazzi, in procinto di terminare il liceo, non hanno ancora avuto il loro primo rapporto sessuale. Kevin è fidanzato con Vicky da molto tempo, ma lei non è ancora pronta, Jim è incredibilmente goffo con le donne, Paul Fynch si ritiene troppo sofisticato per piacere alle ragazze del liceo, mentre Oz è troppo rude per riuscire a portare a letto le donne. I quattro faranno un patto: si supporteranno a vicenda nelle ultime tre settimane di scuola per riuscire a "colpire nel segno" entro il ballo della scuola, che rappresenta la fine del liceo.

Commento
Prendete un'ambientazione liceale, quattro ragazzi imbranati con l'altro sesso, situazioni imbarazzanti, un tocco di romanticismo e un po' di sana demenzialità. Di solito quel che esce fuori da questo calderone è un film inguardabile. Non è questo il caso di American Pie.

American Pie ha rappresentato quel che si potrebbe definire un "film generazionale". Molti di noi si sono trovati nelle stesse situazioni dei protagonisti: l'incomprensibile sesso femminile, la "colpa" della verginità, l'imbarazzo a parlare di certi argomenti con i propri genitori, la ricerca dell'amico nei momenti di difficoltà, il "rito di passaggio" verso l'Università. Tutto questo ha fatto parte del retaggio di tutti coloro che come me sono nati tra la fine degli anni Settanta e la fine degli anni Ottanta, quando la rivoluzione del web ancora non aveva raggiunto tutte le case e un libro di "esperienze sessuali" scritto dagli stessi studenti del liceo e nascosto in un ripiano segreto della biblioteca aveva forse anche un senso.

Tralasciando la questione secondo cui una certa generazione potrebbe apprezzare il film più di altre, il film ha una spiccata comicità. Memorabile la celeberrima scena in cui Jim tenta un amplesso con una torta di mele, seguita dall'imbarazzante discorso con il padre che lo aveva colto in flagrante. Divertenti anche altre scene, come quando Steve Stifler versa del lassativo nel mocaccino di Paul Fynch, costringendolo ad andare al bagno a scuola per la prima volta (si era guadagnato il soprannome di "Shit-break", "Pausamerda", per questa sua abitudine a tornare a casa per andare al bagno). Ha inoltre una trama semplice, ma molto solida, in cui tutti i pezzi del puzzle, per quanto piccoli, servono a comporre il quadro completo. Nessuna forzatura, solo un po' di esagerazione nel raccontare la vita di un liceale a cavallo tra la fine degli anni Novanta e l'inizio dell'attuale millennio.

Non manca poi la presenza femminile. Quasi tutte le ragazze del film erano all'epoca bellissime (e alcune di loro lo sono tuttora sulla soglia dei quarant'anni), e nessuno di noi dimenticherà mai la scena di nudo di Shannon Elizabeth (la studentessa cecoslovacca Nadia, nel film), che all'epoca scosse gli ormoni di non pochi adolescenti.

Proprio per la presenza scene proibite ai bambini, il film è stato spesso paragonato alla serie di Porky's. Non sono d'accordo: mentre Porky's era una carrellata di gag sporcaccione divertenti, ma senza scopo alcuno, American Pie è un film in cui la componente seriosa svolge una sua parte, tramite la quale lo spettatore riesce a immedesimarsi con questo o con l'altro personaggio, rendendo il film milioni di volte più interessante.

Innumerevoli i sequel e gli spin-off della saga. Due i sequel, dedicati ai medesimi protagonisti del primo film (American Pie 2 e American Wedding), e addirittura quattro gli spin-off dedicati a fratelli o lontani parenti del nostro amatissimo Steve "The Stifmeister" Stifler. Di questi, solo il secondo film regge il confronto con il primo, gli altri sono debolucci (American Wedding) o semplicemente inguardabili (tutti gli spin-off).
In programma per il 2012 il ritorno del cast originale, quando la vecchia gang si ritroverà su Facebook per organizzare una riunione al vecchio liceo, in un film dal titolo American Reunion. La mia opinione è che non si riuscirà ad eguagliare la freschezza del primo film, ma possiamo comunque sperare che sia perlomeno divertente.

Voto: 8

mercoledì 23 marzo 2011

Telefilm: Greek - La confraternita

Titolo originale: Greek
Episodi: 74 episodi (conclusa)
              - 22 episodi (Stagione 1)
              - 22 episodi (Stagione 2)
              - 20 episodi (Stagione 3)
              - 10 episodi (Stagione 4)
In onda su:  ABC Family (USA), FOX (Italia, pay tv), MTV (Italia, chiaro)
Genere: Commedia romantica, Collegiale
Cast: Jacob Zachar - Rusty Cartwright
          Spencer Grammer - Casey Cartwright
          Scott Michael Foster - Cappie
          Paul James - Calvin Owens
          Jake McDorman - Evan Chambers
          Amber Stevens - Ashley Howard
          Dilshad Vadsaria - Rebecca Logan
                                                                                              Clark Duke - Dale Kettlewell
                                                                                              Aynsley Bubbico - Laura


Trama

Il timido e impacciato geek Russel "Rusty" Cartwright si iscrive alla facoltà di ingegneria della Cyprus-Rhodes University. Deciso a lasciarsi alle spalle la sua fama di secchione e la sua vita sociale quasi nulla dei tempi del liceo, fa domanda per entrare in una confraternita, nonostante il parere contrario della sorella Casey, già membro di una confraternita femminile, la ZBZ (zeta-beta-zeta). Nonostante il complicato rapporto che ha da sempre con la sorella, quando Rusty scopre che il fidanzato della sorella, Evan Chambers, membro della confraternita Omega Chi Delta, è un poco di buono che se la fa con Rebecca Logan, una delle iniziate della ZBZ, decide di rifiutare l'invito della Omega Chi e raccontare alla sorella l'accaduto, accettando quindi l'invito della confraternita rivale, la Kappa Tau Gamma. Tramite Cappie, il presidente della Kappa Tau, Rusty nel tempo imparerà a trasformarsi da Geek a Greek (termine inglese che indica una confraternita, o un membro di essa, perché sono sempre chiamate con un trio di lettere greche) e a farsi nuove amicizie, come il suo compagno di stanza Dale e Calvin, iniziato della confraternita Omega Chi.

Commento

È difficile commentare una serie poco dopo averne visto il finale. Molti pensieri frullano per la testa, ricordi di molti anni passati a seguire le gesta di quelli che, dopo così tanto tempo, sono diventati praticamente amici tuoi, come se esistessero realmente.

C'è chi mi prende in giro quando dico che Casey, Ash, Rusty, Dale, Laura, Rebecca, Cappie, Beaver, Calvin e perfino Evan mi mancheranno. Ma la realtà è questa: per me, loro sono vecchi amici, compagni di cazzeggio che mi hanno fatto ridere e appassionare. E ora li devo salutare, sapendo che le loro avventure universitarie sono finite.

Perché Greek è questo. Dietro la facciata del cazzeggio da confraternita e dietro le avventure romantiche dei protagonisti, ci sono personaggi ben sviluppati, che seguono caratterizzazioni chiare fin dal primo episodio sì, ma che evolvono man mano che la serie procede.
L'evoluzione dei personaggi è una delle chiavi principali del serial, ed è il frutto di un ottimo lavoro portato avanti con pazienza sia dagli autori che dagli attori. Provate a seguire i comportamenti di Rusty nell'ultimo episodio, poi riguardatevi il pilot e capirete cosa sto dicendo. Il punto di forza di questa serie è che tali cambiamenti non sono mai repentini o improvvisi: il cambiamento, la crescita del personaggio, sono lievi ma continui; i personaggi crescono man mano che gliene capitano di tutti i colori, e noi spettatori siamo testimoni di questo cambiamento. Così come succede nel mondo reale, poi, ci si accorge di questo cambiamento solo quando ripercorriamo il filo dei ricordi e ci guardiamo allo specchio confrontandoci con chi eravamo anni fa.

Una delle maggiori ispirazioni per questo telefilm è stato senza dubbio il filone della commedia teen-collegiale americana, il cui capostipite è stato Animal House. Gli autori tuttavia non tentano di emularlo a tutti i costi e non cercano il confronto, ma ne prendono spunto e ne colgono lo spirito, meglio di tanti altri film e telefilm del genere, sfornando al contempo un prodotto originale. In un mondo spietato come quello della televisione americana, dove fare un telefilm con giovani protagonisti implica produrre un teen drama (genere dove i giovani ragazzi sono costretti a subire disavventure tragiche di ogni tipo, da gravidanze inaspettate a serial killer che spuntano come funghi e pare prendano di mira solo le scuole americane), una serie leggera e simpatica come questa è puro oro colato.

Ma il cazzeggio non è l'unica componente. Alle feste leggendarie della Kappa Tau, la caccia al tesoro, al Gotch'a, ai balli, allo scivolo d'acqua (e a quello di ghiaccio), alla festa di primavera e chi più ne ha più ne metta si aggiungono anche temi importanti. Per esempio il tema dell'omosessualità è centrale, ma al contempo non predominante al punto di stressare lo spettatore. Complice uno sceneggiatore omosessuale che si è ispirato a se stesso per scriverlo, Calvin Owens è un personaggio fantastico, da questo punto di vista. È omosessuale, ma è anche reale. Non ha comportamenti effeminati, come vuole il cliché della stragrande maggioranza dei personaggi gay della televisione (non solo americana) e ci coinvolge in quel passo importante ma difficile di molti ragazzi omosessuali della sua età, il coming out, riuscendo nell'ardua impresa di coinvolgere anche i telespettatori eterosessuali nella comprensione della difficoltà di un passo del genere.

Un altro elemento che distingue questa serie dalla media dei teen show che impazzano in America è che, al contrario della maggior parte dei telefilm o dei film di questo genere, qui gli studenti studiano (o quantomeno si preoccupano per non averlo fatto), come dovrebbe fare ogni studente. In prodotti di questo genere questo elemento viene spesso ignorato, facendo pensare noi poveri telespettatori che negli Stati Uniti al liceo e al college si faccia solo baldoria.

Mi mancherete Casey, Ash, Rusty, Dale, Laura, Rebecca, Cappie, Beaver, Calvin ed Evan. Invidio veramente tutti coloro che decideranno di guardare questo telefilm dall'inizio, magari invogliati da questa nostalgica recensione. Voi avete ancora 74 episodi da vedere con gli occhi di chi lo vede per la prima volta.

Voto: 8

sabato 12 febbraio 2011

Libri: Nick Hornby - Alta Fedeltà

Titolo originale: High Fidelity
Anno di prima pubblicazione: 1995
Genere: Narrativa/Commedia
Editore: Guanda

Qualcuno dica a Nick Hornby che è un genio. Questo ex insegnante inglese, reso celebre dal notevole libro autobiografico Febbre a 90' colpisce ancora nel segno con questa commedia romantica delirante, brillante, a tratti sexy e assolutamente appassionante.


 Caratteristica peculiare, e molto importante, del romanzo è l'uso della prima persona presente, che porta il lettore a immedesimarsi completamente coi pensieri del protagonista, con l'impressione che ciò che sta leggendo avvenga in "tempo reale".

Nick Hornby ha una predilezione particolare per analizzare le manie e le fissazioni dei suoi protagonisti (molto probabilmente perché sono anche le sue) e quindi, dopo il protagonista (se stesso) malato per il calcio di Febbre a 90', abbiamo un appassionato/malato di musica. Talmente malato che la sua vita le ruota attorno: ha lasciato l'università per la musica (e per una ragazza), ha conosciuto la sua fidanzata quando faceva il dj per un locale, gli unici amici che ha sono i due impiegati del suo negozio e una cantante conosciuta dopo un concerto.

Particolarmente interessante poi, è la qualità dell'introspezione offertaci dall'autore. Rob (il protagonista) ci spiega passo passo, e alla perfezione, tutto quello che gli passa per la testa, inclusi ragionamenti assurdi che facciamo un po' tutti, ma che di solito ci teniamo per noi per evitare di fare brutte figure. Come quelli che nel gergo prendono il nome di "film" mentali, cioè proseguimenti immaginari, puramente mentali, di ciò che avviene nella vita reale. Ad esempio quando Rob, dopo essere stato lasciato da Charlie, immaginava nel dettaglio la ragazza che tornava da lui dopo la fallita relazione con l'uomo per cui lo aveva lasciato.

Divertenti poi, le ormai celeberrime "Top 5". Rob in maniera casuale, ma non troppo, stila quotidianamente classifiche sugli argomenti più disparati: musica, soprattutto ("Migliori lati A di 45 giri di tutti i tempi", "Migliori canzoni di Elvis Costello"), ma anche cinema ("Migliori film americani", "Migliori film sottotitolati"), libri, telefilm e donne ("Separazioni più importanti", "Donne che non vivono dove vivo io, da quello che so, ma che sarebbero benvenute qualora volessero traslocare") e così via.

Importante analizzare il personaggio di Rob Fleming. Probabilmente ispiratosi almeno in parte a Nick Hornby stesso, Rob è un nevrotico, si fa un mucchio di quelle che vengono chiamate comunemente "seghe mentali" ed ha un rapporto non proprio idilliaco con le donne. Insomma, almeno in parte, fin qui, può essere chiunque di noi.
È un personaggio, inoltre, che non ha la forza di prendere per mano la propria vita e cambiarla, ma aspetta che sia il mondo esterno a cambiargliela. Quest'ultima caratteristica, tuttavia, è forse uno dei pochi punti deboli del libro: Rob non evolve, è lo stesso personaggio sia nella prima che nell'ultima pagina del libro.

In conclusione, un libro decisamente da leggere. Nick Horby ha sicuramente uno stile non elevatissimo, ma forse è proprio questo il suo punto di forza, che lo rende un grande classico moderno.

Voto: 8

Quarta di copertina
In una Londra irrequieta e vibrante, le avventure, gli amori, la passione per la musica, i sogni e le disillusioni di una generazione di trentenni ancora pieni di voglia di vivere. Romanzo che ha inaugurato il nuovo filone della letteratura "confessionale" maschile.

domenica 9 gennaio 2011

Film: Shutter Island

Titolo originale: Shutter Island
Genere: Thriller
Regia: Martin Scorsese
Sceneggiatura: Laeta Kalogridis
Cast: Leonardo Di Caprio, Ben Kingsley, Max Von Sydow, Mark Ruffalo
Anno: 2010
Trama: Un agente federale e il suo partner vengono assegnati al caso di una paziente scomparsa da un manicomio, situato in un'isola al largo delle coste del Massachusetts. Sembrerebbe il più classico dei film gialli, ma non tutto è come sembra.

Tratto dal romanzo L'Isola della Paura di Dennis Lehane (autore di Mystic River, già portato sul grande schermo da Clint Eastwood), Shutter Island è l'ultimo lungometraggio diretto dal regista Martin Scorsese.

Inizialmente questo film doveva uscire a ottobre 2009, ma poi la Paramount decise di posticiparne l'uscita a febbraio 2010, facendo sì che questo film mancasse l'appuntamento con gli Academy Awards (gli Oscar) che, secondo chi scrive, sarebbe stato, se non scontato, quantomeno assai probabile.

Il film affronta il tema della pazzia, del senso di colpa, della perdita e di tutti quei temi cari al regista, che già aveva ampiamente affrontato nei suoi film precedenti. Qui è tutto condito in un thriller psicologico a tinte horror, ambientato in un'isola-prigione-manicomio dalla quale fuggire è impossibile.

La regia di Scorsese è come sempre solidissima: molte scene sono memorabili, come per esempio i flashback nei campi di concentramento nazisti, oppure la meravigliosa scena in cui il protagonista incontra per la prima volta l'ambiguo psichiatra Jeremiah Naehring, interpretato dall'intramontabile Max Von Sydow.

Leonardo Di Caprio si è da tempo tolto di dosso la nomea di idolo delle ragazzine per diventare un attore maturo e capace di interpretare una parte difficilissima, come quella del protagonista di questo film, apparentemente senza accusare il colpo. Grandissima anche la prova offerta da Ben Kingsley, che passa agilmente da ruoli "leggeri" come in Prince of Persia a ruoli molto difficili e impegnativi come quello dello psichiatra John Cawley, fondamentale per la riuscita del film.

Da segnalare anche una bellissima fotografia, ad opera di Robert Richardson, spesso al servizio di Quentin Tarantino, che ci regala luci opprimenti e claustrofobiche, in particolare quelle ambientate nel famigerato "padiglione C". Il cambio di luci per l'immenso finale non fa che consolidare la grande prestazione.

Già, il finale. Sarebbe impossibile dire anche una sola parola sul finale senza rovinarvi la sorpresa. Vi basti sapere che la maggior parte della bellezza di questo film sta proprio nell'imprevedibile finale.

Concludendo, se questo mese potete vedere un solo film, che sia questo. Non ve ne pentirete.

Voto: 9

mercoledì 22 dicembre 2010

Libri: Philip K. Dick - La Svastica sul Sole

Titolo originale: The Man in the High Castle
Anno di prima pubblicazione: 1962
Genere: Storia alternativa
Editore: Fanucci Editore
   
Prolifico autore di fantascienza, Philip Kindred Dick è considerato da molti il padre della fantascienza moderna, grazie a classici quali Ma gli Androidi Sognano Pecore Elettriche?, Noi Marziani,  I Simulacri o appunto La Svastica sul Sole.


 Premio Hugo nel 1963, La Svastica sul Sole parte da un apparentemente semplice concetto: la Germania e il Giappone hanno vinto la Seconda Guerra Mondiale, e a farne le spese sono gli Stati Uniti che, così come la Germania nella realtà storica, sono stati divisi in due parti, ognuna delle quali asservita ad uno dei paesi vincitori.

Dick si ispirò probabilmente ad una serie di documentari propagandistici apparsi nei cinema americani durante la Seconda Guerra Mondiale, Why We Fight, prodotti dallo storico regista Frank Capra, dove venivano mostrate animazioni in cui da Berlino si allargava una macchia d'olio che copriva gran parte del globo. In quei cartoni animati, gli Stati Uniti venivano sommersi a Est dall'espansione nazista e ad ovest dalla marea giapponese.


Il romanzo racconta la storia di alcune pedine minori nell'immenso scacchiere della politica mondiale. Un antiquario, un artigiano, un impiegato giapponese, un ambiguo imprenditore svedese, un'insegnante di judo. Tutto ruota attorno ad un libro, proibito nei paesi asserviti al Reich, che immagina un mondo in cui gli Alleati hanno vinto la guerra, La Cavalletta Non si Alzerà Più (The Grasshoper Lies Heavy), dove non viene raccontata la realtà della Guerra Fredda come la conosce il lettore, ma viene rappresentato un mondo in cui Gran Bretagna e Stati Uniti si sono spartiti il mondo, avviandosi verso un inevitabile conflitto finale.


Ci sono dunque tre livelli: la realtà storica della Guerra Fredda, il mondo immaginato da Dick, in cui Giappone e Germania si avviano verso il conflitto finale, ed il mondo de La Cavalletta. In tutti e tre i mondi il conflitto planetario tra le due grandi superpotenze dominanti è imminente, basti pensare che il libro fu scritto nel 1962, l'anno della crisi missilistica a Cuba. La visione pessimistica di Dick, presente in gran parte dei suoi romanzi, è qui evidente.


Interessanti sono gli stratagemmi con cui lo scrittore riesce a far sì che gli eventi prendano la piega aspettata. Tutti plausibili e per nulla improbabili, come ad esempio il riferimento al fallito attentato a Franklin Delano Roosevelt del 1933, che nel libro avviene realmente e porta gli Stati Uniti in mano a gente stolta e incapace di reagire al disastro di Pearl Harbor (che ne La Cavalletta Roosevelt riesce ad evitare). Dick abbraccia quindi la teoria dei "grandi uomini", secondo la quale costoro determinano le sorti dell'umanità.


Pur essendo un romanzo di grande impatto, che sicuramente, viste le premesse, suscita grande interesse al lettore casuale che sbircia la quarta di copertina, il testo non è privo di difetti. Innanzitutto non ha un vero finale (si mormora che Dick avesse in mente di scrivere un seguito, che poi non venne mai pubblicato) che chiude il cerchio: vengono risolte molte sottotrame, ma non tutte. In secondo luogo, lo scorrere degli eventi è lento, e questo non favorisce una fruizione immediata del romanzo. Infine, c'è una visione antistorica e idealizzata dei dominatori giapponesi della costa ovest, visti come fanatici, ma pressoché innocui: una visione che trascura la ferocia dell'esercito imperiale giapponese, che non aveva alcuna pietà dei popoli asiatici conquistati durante la guerra. Una visione, questa, probabilmente influenzata dalla stima che Dick aveva nei confronti della cultura orientale.


Nonostante questi difetti, il romanzo è decisamente consigliato. Dick ha fatto i suoi latinucci: studiando e documentandosi sugli eventi storici, è riuscito a creare una trama insolita ma estremamente plausibile, senza costringere il lettore a ricorrere eccessivamente alla "sospensione dell'incredulità".
 
Voto: 7



Quarta di copertina
Le forze dell'Asse hanno vinto la seconda guerra mondiale e l'America è divisa in due parti, l'una asservita al Reich, l'altra ai Giapponesi. Sul resto del mondo incombe una realtà da incubo: il credo della superiorità razziale ariana è dilagato a tal punto da togliere ogni volontà o possibilità di riscatto. L'Africa è ridotta a un deserto, vittima di una soluzione radicale di sterminio, mentre in Europa l'Italia ha preso le briciole e i Nazisti dalle loro rampe di lancio si preparano a inviare razzi su Marte e bombe atomiche sul Giappone. Sulla costa occidentale degli Stati Uniti i Giapponesi sono ossessionati dagli oggetti del folklore e della cultura americana, mentre gli sconfitti sono protagonisti di piccoli e grandi eventi. E l'intera situazione è orchestrata da due libri: il millenario I Ching, l'oracolo della saggezza cinese, e il best-seller del momento, vietato in tutti i paesi del Reich, un testo secondo il quale l'Asse sarebbe stato sconfitto dagli Alleati...

martedì 21 dicembre 2010

Black Sabbath - 1972 - Vol 4



Data di uscita: Settembre 1972
Genere: Hard Rock
Etichetta: Vertigo
Formazione: Ozzy Osbourne (voce), Tony Iommi (chitarra), Geezer Butler (basso), Bill Ward (batteria)
Acquista in formato Compact Disc: Amazon UKAmazon ITibs.it
Acquista in formato Vinile LP: Amazon UK, Amazon ITibs.it
Ascolta gratuitamente su Spotify: Black Sabbath - Vol.4 (1972)

Nel pieno della loro ascesa verso l'Olimpo delle band più importanti e influenti della storia del rock (e della musica in generale), con tre album già pubblicati da inserire nel curriculum (Black Sabbath, Paranoid e Master of Reality), i Black Sabbath tornano in studio per registrare il loro quarto album: Vol 4.


La registrazione di Vol 4 avviene dopo il licenziamento del produttore dei primi tre dischi, Rodger Bain, a seguito di divergenze tra la band e il produttore, che sosteneva che il successo della band fosse più merito suo che del gruppo.


I quattro decidono dunque di autoprodurre il long play (LP), dedicando una quantità di tempo che fino a quel momento, a causa dei frequenti tour dal vivo dovuti al successo sempre maggiore, non era mai stata spesa per la fase di registrazione: sei settimane.


Il risultato è qualitativamente strabiliante. Pur mantenendo lo stile inconfondibile che ha contrassegnato i primi tre dischi, questo album presenta sperimentazioni grandiose, come l'uso di strumenti finora mai utilizzati dalla band come pianoforti o violini, ad esempio nelle tracce "Changes" e "Laguna Sunrise" o pezzi puramente psichedelici, come "FX", registrato in un periodo in cui il campionamento musicale non esisteva, e canzoni di quel tipo andavano registrate in maniera del tutto artigianale.


Il piatto forte di Vol 4, tuttavia, è l'uso di temi forti nei testi. La già citata "Laguna Sunrise" è il risultato delle feste selvagge e psichedeliche a cui tre dei quattro membri del gruppo (Osbourne, Butler e Ward) partecipavano frequentemente a Laguna, in California, nei pressi di Sacramento. "Snowblind", invece, si ispira al piacere che i membri della band provavano nell'uso della cocaina. La leggenda vuole che proprio "Snowblind" dovesse essere anche il titolo dell'album, che fu poi cambiato in Vol 4 a seguito del rifiuto dell'etichetta discografica, che ritenne eccessivo utilizzare un titolo così trasgressivo.


Il pezzo migliore del disco, almeno secondo il sottoscritto, è "Wheels of Confusion", cioè la traccia di apertura del disco stesso. Nonostante la lunghezza "extra" della canzone (otto minuti), non annoia mai, e anzi regala nella parte finale un assolo strumentale da pelle d'oca: due minuti e mezzo di piacere musicale firmato dalla premiata ditta Iommi-Butler-Ward.


Da segnalare, infine, "Changes", che presenta un testo alquanto insolito per la band, in quanto tratta la fine di un rapporto sentimentale; "St. Vitus Dance", influenzata da sonorità folk e blues; "Supernaut" e "Tomorrow's Dream", che mantengono inalterato il sound della band dei primi dischi; "Cornucopia" e "Under the Sun", che invece portano avanti le sonorità doom già sperimentate in passato.


In conclusione, il disco è consigliatissimo: tra i più orecchiabili del periodo con Ozzy Osbourne alla voce, Vol 4 è anche un disco maturo che dubito rivenderete mai al mercatino dell'usato.


Voto: 8