Titolo originale: American Pie
Genere: Commedia romantica, teen, demenziale
Regia: Paul & Chris Weitz
Sceneggiatura: Adam Herz
Cast: Jason Biggs (Jim), Seann Williams Scott (Stifler), Chris Klein (Oz), Thomas Ian Nicholas (Kevin), Eddie Kaye Thomas (Fynch), Alyson Hannigan (Michelle), Shannon Elizabeth (Nadia), Mena Suvari (Heather), Tara Reid (Vicky), Jennifer Coolidge (Mamma di Stifler)
Anno: 1999
Trama: Quattro ragazzi, in procinto di terminare il liceo, non hanno ancora avuto il loro primo rapporto sessuale. Kevin è fidanzato con Vicky da molto tempo, ma lei non è ancora pronta, Jim è incredibilmente goffo con le donne, Paul Fynch si ritiene troppo sofisticato per piacere alle ragazze del liceo, mentre Oz è troppo rude per riuscire a portare a letto le donne. I quattro faranno un patto: si supporteranno a vicenda nelle ultime tre settimane di scuola per riuscire a "colpire nel segno" entro il ballo della scuola, che rappresenta la fine del liceo.
Commento
Prendete un'ambientazione liceale, quattro ragazzi imbranati con l'altro sesso, situazioni imbarazzanti, un tocco di romanticismo e un po' di sana demenzialità. Di solito quel che esce fuori da questo calderone è un film inguardabile. Non è questo il caso di American Pie.
American Pie ha rappresentato quel che si potrebbe definire un "film generazionale". Molti di noi si sono trovati nelle stesse situazioni dei protagonisti: l'incomprensibile sesso femminile, la "colpa" della verginità, l'imbarazzo a parlare di certi argomenti con i propri genitori, la ricerca dell'amico nei momenti di difficoltà, il "rito di passaggio" verso l'Università. Tutto questo ha fatto parte del retaggio di tutti coloro che come me sono nati tra la fine degli anni Settanta e la fine degli anni Ottanta, quando la rivoluzione del web ancora non aveva raggiunto tutte le case e un libro di "esperienze sessuali" scritto dagli stessi studenti del liceo e nascosto in un ripiano segreto della biblioteca aveva forse anche un senso.
Tralasciando la questione secondo cui una certa generazione potrebbe apprezzare il film più di altre, il film ha una spiccata comicità. Memorabile la celeberrima scena in cui Jim tenta un amplesso con una torta di mele, seguita dall'imbarazzante discorso con il padre che lo aveva colto in flagrante. Divertenti anche altre scene, come quando Steve Stifler versa del lassativo nel mocaccino di Paul Fynch, costringendolo ad andare al bagno a scuola per la prima volta (si era guadagnato il soprannome di "Shit-break", "Pausamerda", per questa sua abitudine a tornare a casa per andare al bagno). Ha inoltre una trama semplice, ma molto solida, in cui tutti i pezzi del puzzle, per quanto piccoli, servono a comporre il quadro completo. Nessuna forzatura, solo un po' di esagerazione nel raccontare la vita di un liceale a cavallo tra la fine degli anni Novanta e l'inizio dell'attuale millennio.
Non manca poi la presenza femminile. Quasi tutte le ragazze del film erano all'epoca bellissime (e alcune di loro lo sono tuttora sulla soglia dei quarant'anni), e nessuno di noi dimenticherà mai la scena di nudo di Shannon Elizabeth (la studentessa cecoslovacca Nadia, nel film), che all'epoca scosse gli ormoni di non pochi adolescenti.
Proprio per la presenza scene proibite ai bambini, il film è stato spesso paragonato alla serie di Porky's. Non sono d'accordo: mentre Porky's era una carrellata di gag sporcaccione divertenti, ma senza scopo alcuno, American Pie è un film in cui la componente seriosa svolge una sua parte, tramite la quale lo spettatore riesce a immedesimarsi con questo o con l'altro personaggio, rendendo il film milioni di volte più interessante.
Innumerevoli i sequel e gli spin-off della saga. Due i sequel, dedicati ai medesimi protagonisti del primo film (American Pie 2 e American Wedding), e addirittura quattro gli spin-off dedicati a fratelli o lontani parenti del nostro amatissimo Steve "The Stifmeister" Stifler. Di questi, solo il secondo film regge il confronto con il primo, gli altri sono debolucci (American Wedding) o semplicemente inguardabili (tutti gli spin-off).
In programma per il 2012 il ritorno del cast originale, quando la vecchia gang si ritroverà su Facebook per organizzare una riunione al vecchio liceo, in un film dal titolo American Reunion. La mia opinione è che non si riuscirà ad eguagliare la freschezza del primo film, ma possiamo comunque sperare che sia perlomeno divertente.
Voto: 8
sabato 4 giugno 2011
mercoledì 23 marzo 2011
Telefilm: Greek - La confraternita
Episodi: 74 episodi (conclusa)
- 22 episodi (Stagione 1)
- 22 episodi (Stagione 2)
- 20 episodi (Stagione 3)
- 10 episodi (Stagione 4)
In onda su: ABC Family (USA), FOX (Italia, pay tv), MTV (Italia, chiaro)
Genere: Commedia romantica, Collegiale
Cast: Jacob Zachar - Rusty Cartwright
Spencer Grammer - Casey Cartwright
Scott Michael Foster - Cappie
Paul James - Calvin Owens
Jake McDorman - Evan Chambers
Amber Stevens - Ashley Howard
Dilshad Vadsaria - Rebecca Logan
Clark Duke - Dale Kettlewell
Aynsley Bubbico - Laura
Trama
Il timido e impacciato geek Russel "Rusty" Cartwright si iscrive alla facoltà di ingegneria della Cyprus-Rhodes University. Deciso a lasciarsi alle spalle la sua fama di secchione e la sua vita sociale quasi nulla dei tempi del liceo, fa domanda per entrare in una confraternita, nonostante il parere contrario della sorella Casey, già membro di una confraternita femminile, la ZBZ (zeta-beta-zeta). Nonostante il complicato rapporto che ha da sempre con la sorella, quando Rusty scopre che il fidanzato della sorella, Evan Chambers, membro della confraternita Omega Chi Delta, è un poco di buono che se la fa con Rebecca Logan, una delle iniziate della ZBZ, decide di rifiutare l'invito della Omega Chi e raccontare alla sorella l'accaduto, accettando quindi l'invito della confraternita rivale, la Kappa Tau Gamma. Tramite Cappie, il presidente della Kappa Tau, Rusty nel tempo imparerà a trasformarsi da Geek a Greek (termine inglese che indica una confraternita, o un membro di essa, perché sono sempre chiamate con un trio di lettere greche) e a farsi nuove amicizie, come il suo compagno di stanza Dale e Calvin, iniziato della confraternita Omega Chi.
Commento
È difficile commentare una serie poco dopo averne visto il finale. Molti pensieri frullano per la testa, ricordi di molti anni passati a seguire le gesta di quelli che, dopo così tanto tempo, sono diventati praticamente amici tuoi, come se esistessero realmente.
C'è chi mi prende in giro quando dico che Casey, Ash, Rusty, Dale, Laura, Rebecca, Cappie, Beaver, Calvin e perfino Evan mi mancheranno. Ma la realtà è questa: per me, loro sono vecchi amici, compagni di cazzeggio che mi hanno fatto ridere e appassionare. E ora li devo salutare, sapendo che le loro avventure universitarie sono finite.
Perché Greek è questo. Dietro la facciata del cazzeggio da confraternita e dietro le avventure romantiche dei protagonisti, ci sono personaggi ben sviluppati, che seguono caratterizzazioni chiare fin dal primo episodio sì, ma che evolvono man mano che la serie procede.
L'evoluzione dei personaggi è una delle chiavi principali del serial, ed è il frutto di un ottimo lavoro portato avanti con pazienza sia dagli autori che dagli attori. Provate a seguire i comportamenti di Rusty nell'ultimo episodio, poi riguardatevi il pilot e capirete cosa sto dicendo. Il punto di forza di questa serie è che tali cambiamenti non sono mai repentini o improvvisi: il cambiamento, la crescita del personaggio, sono lievi ma continui; i personaggi crescono man mano che gliene capitano di tutti i colori, e noi spettatori siamo testimoni di questo cambiamento. Così come succede nel mondo reale, poi, ci si accorge di questo cambiamento solo quando ripercorriamo il filo dei ricordi e ci guardiamo allo specchio confrontandoci con chi eravamo anni fa.
Una delle maggiori ispirazioni per questo telefilm è stato senza dubbio il filone della commedia teen-collegiale americana, il cui capostipite è stato Animal House. Gli autori tuttavia non tentano di emularlo a tutti i costi e non cercano il confronto, ma ne prendono spunto e ne colgono lo spirito, meglio di tanti altri film e telefilm del genere, sfornando al contempo un prodotto originale. In un mondo spietato come quello della televisione americana, dove fare un telefilm con giovani protagonisti implica produrre un teen drama (genere dove i giovani ragazzi sono costretti a subire disavventure tragiche di ogni tipo, da gravidanze inaspettate a serial killer che spuntano come funghi e pare prendano di mira solo le scuole americane), una serie leggera e simpatica come questa è puro oro colato.
Ma il cazzeggio non è l'unica componente. Alle feste leggendarie della Kappa Tau, la caccia al tesoro, al Gotch'a, ai balli, allo scivolo d'acqua (e a quello di ghiaccio), alla festa di primavera e chi più ne ha più ne metta si aggiungono anche temi importanti. Per esempio il tema dell'omosessualità è centrale, ma al contempo non predominante al punto di stressare lo spettatore. Complice uno sceneggiatore omosessuale che si è ispirato a se stesso per scriverlo, Calvin Owens è un personaggio fantastico, da questo punto di vista. È omosessuale, ma è anche reale. Non ha comportamenti effeminati, come vuole il cliché della stragrande maggioranza dei personaggi gay della televisione (non solo americana) e ci coinvolge in quel passo importante ma difficile di molti ragazzi omosessuali della sua età, il coming out, riuscendo nell'ardua impresa di coinvolgere anche i telespettatori eterosessuali nella comprensione della difficoltà di un passo del genere.
Un altro elemento che distingue questa serie dalla media dei teen show che impazzano in America è che, al contrario della maggior parte dei telefilm o dei film di questo genere, qui gli studenti studiano (o quantomeno si preoccupano per non averlo fatto), come dovrebbe fare ogni studente. In prodotti di questo genere questo elemento viene spesso ignorato, facendo pensare noi poveri telespettatori che negli Stati Uniti al liceo e al college si faccia solo baldoria.
Mi mancherete Casey, Ash, Rusty, Dale, Laura, Rebecca, Cappie, Beaver, Calvin ed Evan. Invidio veramente tutti coloro che decideranno di guardare questo telefilm dall'inizio, magari invogliati da questa nostalgica recensione. Voi avete ancora 74 episodi da vedere con gli occhi di chi lo vede per la prima volta.
Voto: 8
sabato 12 febbraio 2011
Libri: Nick Hornby - Alta Fedeltà
Titolo originale: High Fidelity
Anno di prima pubblicazione: 1995
Genere: Narrativa/Commedia
Editore: Guanda
Qualcuno dica a Nick Hornby che è un genio. Questo ex insegnante inglese, reso celebre dal notevole libro autobiografico Febbre a 90' colpisce ancora nel segno con questa commedia romantica delirante, brillante, a tratti sexy e assolutamente appassionante.
Caratteristica peculiare, e molto importante, del romanzo è l'uso della prima persona presente, che porta il lettore a immedesimarsi completamente coi pensieri del protagonista, con l'impressione che ciò che sta leggendo avvenga in "tempo reale".
Nick Hornby ha una predilezione particolare per analizzare le manie e le fissazioni dei suoi protagonisti (molto probabilmente perché sono anche le sue) e quindi, dopo il protagonista (se stesso) malato per il calcio di Febbre a 90', abbiamo un appassionato/malato di musica. Talmente malato che la sua vita le ruota attorno: ha lasciato l'università per la musica (e per una ragazza), ha conosciuto la sua fidanzata quando faceva il dj per un locale, gli unici amici che ha sono i due impiegati del suo negozio e una cantante conosciuta dopo un concerto.
Particolarmente interessante poi, è la qualità dell'introspezione offertaci dall'autore. Rob (il protagonista) ci spiega passo passo, e alla perfezione, tutto quello che gli passa per la testa, inclusi ragionamenti assurdi che facciamo un po' tutti, ma che di solito ci teniamo per noi per evitare di fare brutte figure. Come quelli che nel gergo prendono il nome di "film" mentali, cioè proseguimenti immaginari, puramente mentali, di ciò che avviene nella vita reale. Ad esempio quando Rob, dopo essere stato lasciato da Charlie, immaginava nel dettaglio la ragazza che tornava da lui dopo la fallita relazione con l'uomo per cui lo aveva lasciato.
Divertenti poi, le ormai celeberrime "Top 5". Rob in maniera casuale, ma non troppo, stila quotidianamente classifiche sugli argomenti più disparati: musica, soprattutto ("Migliori lati A di 45 giri di tutti i tempi", "Migliori canzoni di Elvis Costello"), ma anche cinema ("Migliori film americani", "Migliori film sottotitolati"), libri, telefilm e donne ("Separazioni più importanti", "Donne che non vivono dove vivo io, da quello che so, ma che sarebbero benvenute qualora volessero traslocare") e così via.
Importante analizzare il personaggio di Rob Fleming. Probabilmente ispiratosi almeno in parte a Nick Hornby stesso, Rob è un nevrotico, si fa un mucchio di quelle che vengono chiamate comunemente "seghe mentali" ed ha un rapporto non proprio idilliaco con le donne. Insomma, almeno in parte, fin qui, può essere chiunque di noi.
È un personaggio, inoltre, che non ha la forza di prendere per mano la propria vita e cambiarla, ma aspetta che sia il mondo esterno a cambiargliela. Quest'ultima caratteristica, tuttavia, è forse uno dei pochi punti deboli del libro: Rob non evolve, è lo stesso personaggio sia nella prima che nell'ultima pagina del libro.
In conclusione, un libro decisamente da leggere. Nick Horby ha sicuramente uno stile non elevatissimo, ma forse è proprio questo il suo punto di forza, che lo rende un grande classico moderno.
Voto: 8
Quarta di copertina
In una Londra irrequieta e vibrante, le avventure, gli amori, la passione per la musica, i sogni e le disillusioni di una generazione di trentenni ancora pieni di voglia di vivere. Romanzo che ha inaugurato il nuovo filone della letteratura "confessionale" maschile.
Anno di prima pubblicazione: 1995
Genere: Narrativa/Commedia
Editore: Guanda
Qualcuno dica a Nick Hornby che è un genio. Questo ex insegnante inglese, reso celebre dal notevole libro autobiografico Febbre a 90' colpisce ancora nel segno con questa commedia romantica delirante, brillante, a tratti sexy e assolutamente appassionante.
Caratteristica peculiare, e molto importante, del romanzo è l'uso della prima persona presente, che porta il lettore a immedesimarsi completamente coi pensieri del protagonista, con l'impressione che ciò che sta leggendo avvenga in "tempo reale".
Nick Hornby ha una predilezione particolare per analizzare le manie e le fissazioni dei suoi protagonisti (molto probabilmente perché sono anche le sue) e quindi, dopo il protagonista (se stesso) malato per il calcio di Febbre a 90', abbiamo un appassionato/malato di musica. Talmente malato che la sua vita le ruota attorno: ha lasciato l'università per la musica (e per una ragazza), ha conosciuto la sua fidanzata quando faceva il dj per un locale, gli unici amici che ha sono i due impiegati del suo negozio e una cantante conosciuta dopo un concerto.
Particolarmente interessante poi, è la qualità dell'introspezione offertaci dall'autore. Rob (il protagonista) ci spiega passo passo, e alla perfezione, tutto quello che gli passa per la testa, inclusi ragionamenti assurdi che facciamo un po' tutti, ma che di solito ci teniamo per noi per evitare di fare brutte figure. Come quelli che nel gergo prendono il nome di "film" mentali, cioè proseguimenti immaginari, puramente mentali, di ciò che avviene nella vita reale. Ad esempio quando Rob, dopo essere stato lasciato da Charlie, immaginava nel dettaglio la ragazza che tornava da lui dopo la fallita relazione con l'uomo per cui lo aveva lasciato.
Divertenti poi, le ormai celeberrime "Top 5". Rob in maniera casuale, ma non troppo, stila quotidianamente classifiche sugli argomenti più disparati: musica, soprattutto ("Migliori lati A di 45 giri di tutti i tempi", "Migliori canzoni di Elvis Costello"), ma anche cinema ("Migliori film americani", "Migliori film sottotitolati"), libri, telefilm e donne ("Separazioni più importanti", "Donne che non vivono dove vivo io, da quello che so, ma che sarebbero benvenute qualora volessero traslocare") e così via.
Importante analizzare il personaggio di Rob Fleming. Probabilmente ispiratosi almeno in parte a Nick Hornby stesso, Rob è un nevrotico, si fa un mucchio di quelle che vengono chiamate comunemente "seghe mentali" ed ha un rapporto non proprio idilliaco con le donne. Insomma, almeno in parte, fin qui, può essere chiunque di noi.
È un personaggio, inoltre, che non ha la forza di prendere per mano la propria vita e cambiarla, ma aspetta che sia il mondo esterno a cambiargliela. Quest'ultima caratteristica, tuttavia, è forse uno dei pochi punti deboli del libro: Rob non evolve, è lo stesso personaggio sia nella prima che nell'ultima pagina del libro.
In conclusione, un libro decisamente da leggere. Nick Horby ha sicuramente uno stile non elevatissimo, ma forse è proprio questo il suo punto di forza, che lo rende un grande classico moderno.
Voto: 8
Quarta di copertina
In una Londra irrequieta e vibrante, le avventure, gli amori, la passione per la musica, i sogni e le disillusioni di una generazione di trentenni ancora pieni di voglia di vivere. Romanzo che ha inaugurato il nuovo filone della letteratura "confessionale" maschile.
domenica 9 gennaio 2011
Film: Shutter Island
Titolo originale: Shutter Island
Genere: Thriller
Regia: Martin Scorsese
Sceneggiatura: Laeta Kalogridis
Cast: Leonardo Di Caprio, Ben Kingsley, Max Von Sydow, Mark Ruffalo
Anno: 2010
Trama: Un agente federale e il suo partner vengono assegnati al caso di una paziente scomparsa da un manicomio, situato in un'isola al largo delle coste del Massachusetts. Sembrerebbe il più classico dei film gialli, ma non tutto è come sembra.
Tratto dal romanzo L'Isola della Paura di Dennis Lehane (autore di Mystic River, già portato sul grande schermo da Clint Eastwood), Shutter Island è l'ultimo lungometraggio diretto dal regista Martin Scorsese.
Inizialmente questo film doveva uscire a ottobre 2009, ma poi la Paramount decise di posticiparne l'uscita a febbraio 2010, facendo sì che questo film mancasse l'appuntamento con gli Academy Awards (gli Oscar) che, secondo chi scrive, sarebbe stato, se non scontato, quantomeno assai probabile.
Il film affronta il tema della pazzia, del senso di colpa, della perdita e di tutti quei temi cari al regista, che già aveva ampiamente affrontato nei suoi film precedenti. Qui è tutto condito in un thriller psicologico a tinte horror, ambientato in un'isola-prigione-manicomio dalla quale fuggire è impossibile.
La regia di Scorsese è come sempre solidissima: molte scene sono memorabili, come per esempio i flashback nei campi di concentramento nazisti, oppure la meravigliosa scena in cui il protagonista incontra per la prima volta l'ambiguo psichiatra Jeremiah Naehring, interpretato dall'intramontabile Max Von Sydow.
Leonardo Di Caprio si è da tempo tolto di dosso la nomea di idolo delle ragazzine per diventare un attore maturo e capace di interpretare una parte difficilissima, come quella del protagonista di questo film, apparentemente senza accusare il colpo. Grandissima anche la prova offerta da Ben Kingsley, che passa agilmente da ruoli "leggeri" come in Prince of Persia a ruoli molto difficili e impegnativi come quello dello psichiatra John Cawley, fondamentale per la riuscita del film.
Da segnalare anche una bellissima fotografia, ad opera di Robert Richardson, spesso al servizio di Quentin Tarantino, che ci regala luci opprimenti e claustrofobiche, in particolare quelle ambientate nel famigerato "padiglione C". Il cambio di luci per l'immenso finale non fa che consolidare la grande prestazione.
Già, il finale. Sarebbe impossibile dire anche una sola parola sul finale senza rovinarvi la sorpresa. Vi basti sapere che la maggior parte della bellezza di questo film sta proprio nell'imprevedibile finale.
Concludendo, se questo mese potete vedere un solo film, che sia questo. Non ve ne pentirete.
Voto: 9
Genere: Thriller
Regia: Martin Scorsese
Sceneggiatura: Laeta Kalogridis
Cast: Leonardo Di Caprio, Ben Kingsley, Max Von Sydow, Mark Ruffalo
Anno: 2010
Trama: Un agente federale e il suo partner vengono assegnati al caso di una paziente scomparsa da un manicomio, situato in un'isola al largo delle coste del Massachusetts. Sembrerebbe il più classico dei film gialli, ma non tutto è come sembra.
Tratto dal romanzo L'Isola della Paura di Dennis Lehane (autore di Mystic River, già portato sul grande schermo da Clint Eastwood), Shutter Island è l'ultimo lungometraggio diretto dal regista Martin Scorsese.
Inizialmente questo film doveva uscire a ottobre 2009, ma poi la Paramount decise di posticiparne l'uscita a febbraio 2010, facendo sì che questo film mancasse l'appuntamento con gli Academy Awards (gli Oscar) che, secondo chi scrive, sarebbe stato, se non scontato, quantomeno assai probabile.
Il film affronta il tema della pazzia, del senso di colpa, della perdita e di tutti quei temi cari al regista, che già aveva ampiamente affrontato nei suoi film precedenti. Qui è tutto condito in un thriller psicologico a tinte horror, ambientato in un'isola-prigione-manicomio dalla quale fuggire è impossibile.
La regia di Scorsese è come sempre solidissima: molte scene sono memorabili, come per esempio i flashback nei campi di concentramento nazisti, oppure la meravigliosa scena in cui il protagonista incontra per la prima volta l'ambiguo psichiatra Jeremiah Naehring, interpretato dall'intramontabile Max Von Sydow.
Leonardo Di Caprio si è da tempo tolto di dosso la nomea di idolo delle ragazzine per diventare un attore maturo e capace di interpretare una parte difficilissima, come quella del protagonista di questo film, apparentemente senza accusare il colpo. Grandissima anche la prova offerta da Ben Kingsley, che passa agilmente da ruoli "leggeri" come in Prince of Persia a ruoli molto difficili e impegnativi come quello dello psichiatra John Cawley, fondamentale per la riuscita del film.
Da segnalare anche una bellissima fotografia, ad opera di Robert Richardson, spesso al servizio di Quentin Tarantino, che ci regala luci opprimenti e claustrofobiche, in particolare quelle ambientate nel famigerato "padiglione C". Il cambio di luci per l'immenso finale non fa che consolidare la grande prestazione.
Già, il finale. Sarebbe impossibile dire anche una sola parola sul finale senza rovinarvi la sorpresa. Vi basti sapere che la maggior parte della bellezza di questo film sta proprio nell'imprevedibile finale.
Concludendo, se questo mese potete vedere un solo film, che sia questo. Non ve ne pentirete.
Voto: 9
mercoledì 22 dicembre 2010
Libri: Philip K. Dick - La Svastica sul Sole
Titolo originale: The Man in the High Castle
Anno di prima pubblicazione: 1962
Genere: Storia alternativa
Editore: Fanucci Editore
Prolifico autore di fantascienza, Philip Kindred Dick è considerato da molti il padre della fantascienza moderna, grazie a classici quali Ma gli Androidi Sognano Pecore Elettriche?, Noi Marziani, I Simulacri o appunto La Svastica sul Sole.
Premio Hugo nel 1963, La Svastica sul Sole parte da un apparentemente semplice concetto: la Germania e il Giappone hanno vinto la Seconda Guerra Mondiale, e a farne le spese sono gli Stati Uniti che, così come la Germania nella realtà storica, sono stati divisi in due parti, ognuna delle quali asservita ad uno dei paesi vincitori.
Dick si ispirò probabilmente ad una serie di documentari propagandistici apparsi nei cinema americani durante la Seconda Guerra Mondiale, Why We Fight, prodotti dallo storico regista Frank Capra, dove venivano mostrate animazioni in cui da Berlino si allargava una macchia d'olio che copriva gran parte del globo. In quei cartoni animati, gli Stati Uniti venivano sommersi a Est dall'espansione nazista e ad ovest dalla marea giapponese.
Il romanzo racconta la storia di alcune pedine minori nell'immenso scacchiere della politica mondiale. Un antiquario, un artigiano, un impiegato giapponese, un ambiguo imprenditore svedese, un'insegnante di judo. Tutto ruota attorno ad un libro, proibito nei paesi asserviti al Reich, che immagina un mondo in cui gli Alleati hanno vinto la guerra, La Cavalletta Non si Alzerà Più (The Grasshoper Lies Heavy), dove non viene raccontata la realtà della Guerra Fredda come la conosce il lettore, ma viene rappresentato un mondo in cui Gran Bretagna e Stati Uniti si sono spartiti il mondo, avviandosi verso un inevitabile conflitto finale.
Ci sono dunque tre livelli: la realtà storica della Guerra Fredda, il mondo immaginato da Dick, in cui Giappone e Germania si avviano verso il conflitto finale, ed il mondo de La Cavalletta. In tutti e tre i mondi il conflitto planetario tra le due grandi superpotenze dominanti è imminente, basti pensare che il libro fu scritto nel 1962, l'anno della crisi missilistica a Cuba. La visione pessimistica di Dick, presente in gran parte dei suoi romanzi, è qui evidente.
Interessanti sono gli stratagemmi con cui lo scrittore riesce a far sì che gli eventi prendano la piega aspettata. Tutti plausibili e per nulla improbabili, come ad esempio il riferimento al fallito attentato a Franklin Delano Roosevelt del 1933, che nel libro avviene realmente e porta gli Stati Uniti in mano a gente stolta e incapace di reagire al disastro di Pearl Harbor (che ne La Cavalletta Roosevelt riesce ad evitare). Dick abbraccia quindi la teoria dei "grandi uomini", secondo la quale costoro determinano le sorti dell'umanità.
Pur essendo un romanzo di grande impatto, che sicuramente, viste le premesse, suscita grande interesse al lettore casuale che sbircia la quarta di copertina, il testo non è privo di difetti. Innanzitutto non ha un vero finale (si mormora che Dick avesse in mente di scrivere un seguito, che poi non venne mai pubblicato) che chiude il cerchio: vengono risolte molte sottotrame, ma non tutte. In secondo luogo, lo scorrere degli eventi è lento, e questo non favorisce una fruizione immediata del romanzo. Infine, c'è una visione antistorica e idealizzata dei dominatori giapponesi della costa ovest, visti come fanatici, ma pressoché innocui: una visione che trascura la ferocia dell'esercito imperiale giapponese, che non aveva alcuna pietà dei popoli asiatici conquistati durante la guerra. Una visione, questa, probabilmente influenzata dalla stima che Dick aveva nei confronti della cultura orientale.
Nonostante questi difetti, il romanzo è decisamente consigliato. Dick ha fatto i suoi latinucci: studiando e documentandosi sugli eventi storici, è riuscito a creare una trama insolita ma estremamente plausibile, senza costringere il lettore a ricorrere eccessivamente alla "sospensione dell'incredulità".
Voto: 7
Quarta di copertina
Le forze dell'Asse hanno vinto la seconda guerra mondiale e l'America è divisa in due parti, l'una asservita al Reich, l'altra ai Giapponesi. Sul resto del mondo incombe una realtà da incubo: il credo della superiorità razziale ariana è dilagato a tal punto da togliere ogni volontà o possibilità di riscatto. L'Africa è ridotta a un deserto, vittima di una soluzione radicale di sterminio, mentre in Europa l'Italia ha preso le briciole e i Nazisti dalle loro rampe di lancio si preparano a inviare razzi su Marte e bombe atomiche sul Giappone. Sulla costa occidentale degli Stati Uniti i Giapponesi sono ossessionati dagli oggetti del folklore e della cultura americana, mentre gli sconfitti sono protagonisti di piccoli e grandi eventi. E l'intera situazione è orchestrata da due libri: il millenario I Ching, l'oracolo della saggezza cinese, e il best-seller del momento, vietato in tutti i paesi del Reich, un testo secondo il quale l'Asse sarebbe stato sconfitto dagli Alleati...
Anno di prima pubblicazione: 1962
Genere: Storia alternativa
Editore: Fanucci Editore
Prolifico autore di fantascienza, Philip Kindred Dick è considerato da molti il padre della fantascienza moderna, grazie a classici quali Ma gli Androidi Sognano Pecore Elettriche?, Noi Marziani, I Simulacri o appunto La Svastica sul Sole.
Premio Hugo nel 1963, La Svastica sul Sole parte da un apparentemente semplice concetto: la Germania e il Giappone hanno vinto la Seconda Guerra Mondiale, e a farne le spese sono gli Stati Uniti che, così come la Germania nella realtà storica, sono stati divisi in due parti, ognuna delle quali asservita ad uno dei paesi vincitori.
Il romanzo racconta la storia di alcune pedine minori nell'immenso scacchiere della politica mondiale. Un antiquario, un artigiano, un impiegato giapponese, un ambiguo imprenditore svedese, un'insegnante di judo. Tutto ruota attorno ad un libro, proibito nei paesi asserviti al Reich, che immagina un mondo in cui gli Alleati hanno vinto la guerra, La Cavalletta Non si Alzerà Più (The Grasshoper Lies Heavy), dove non viene raccontata la realtà della Guerra Fredda come la conosce il lettore, ma viene rappresentato un mondo in cui Gran Bretagna e Stati Uniti si sono spartiti il mondo, avviandosi verso un inevitabile conflitto finale.
Ci sono dunque tre livelli: la realtà storica della Guerra Fredda, il mondo immaginato da Dick, in cui Giappone e Germania si avviano verso il conflitto finale, ed il mondo de La Cavalletta. In tutti e tre i mondi il conflitto planetario tra le due grandi superpotenze dominanti è imminente, basti pensare che il libro fu scritto nel 1962, l'anno della crisi missilistica a Cuba. La visione pessimistica di Dick, presente in gran parte dei suoi romanzi, è qui evidente.
Interessanti sono gli stratagemmi con cui lo scrittore riesce a far sì che gli eventi prendano la piega aspettata. Tutti plausibili e per nulla improbabili, come ad esempio il riferimento al fallito attentato a Franklin Delano Roosevelt del 1933, che nel libro avviene realmente e porta gli Stati Uniti in mano a gente stolta e incapace di reagire al disastro di Pearl Harbor (che ne La Cavalletta Roosevelt riesce ad evitare). Dick abbraccia quindi la teoria dei "grandi uomini", secondo la quale costoro determinano le sorti dell'umanità.
Pur essendo un romanzo di grande impatto, che sicuramente, viste le premesse, suscita grande interesse al lettore casuale che sbircia la quarta di copertina, il testo non è privo di difetti. Innanzitutto non ha un vero finale (si mormora che Dick avesse in mente di scrivere un seguito, che poi non venne mai pubblicato) che chiude il cerchio: vengono risolte molte sottotrame, ma non tutte. In secondo luogo, lo scorrere degli eventi è lento, e questo non favorisce una fruizione immediata del romanzo. Infine, c'è una visione antistorica e idealizzata dei dominatori giapponesi della costa ovest, visti come fanatici, ma pressoché innocui: una visione che trascura la ferocia dell'esercito imperiale giapponese, che non aveva alcuna pietà dei popoli asiatici conquistati durante la guerra. Una visione, questa, probabilmente influenzata dalla stima che Dick aveva nei confronti della cultura orientale.
Nonostante questi difetti, il romanzo è decisamente consigliato. Dick ha fatto i suoi latinucci: studiando e documentandosi sugli eventi storici, è riuscito a creare una trama insolita ma estremamente plausibile, senza costringere il lettore a ricorrere eccessivamente alla "sospensione dell'incredulità".
Voto: 7
Quarta di copertina
Le forze dell'Asse hanno vinto la seconda guerra mondiale e l'America è divisa in due parti, l'una asservita al Reich, l'altra ai Giapponesi. Sul resto del mondo incombe una realtà da incubo: il credo della superiorità razziale ariana è dilagato a tal punto da togliere ogni volontà o possibilità di riscatto. L'Africa è ridotta a un deserto, vittima di una soluzione radicale di sterminio, mentre in Europa l'Italia ha preso le briciole e i Nazisti dalle loro rampe di lancio si preparano a inviare razzi su Marte e bombe atomiche sul Giappone. Sulla costa occidentale degli Stati Uniti i Giapponesi sono ossessionati dagli oggetti del folklore e della cultura americana, mentre gli sconfitti sono protagonisti di piccoli e grandi eventi. E l'intera situazione è orchestrata da due libri: il millenario I Ching, l'oracolo della saggezza cinese, e il best-seller del momento, vietato in tutti i paesi del Reich, un testo secondo il quale l'Asse sarebbe stato sconfitto dagli Alleati...
martedì 21 dicembre 2010
Black Sabbath - 1972 - Vol 4
Data di uscita: Settembre 1972
Genere: Hard Rock
Etichetta: Vertigo
Formazione: Ozzy Osbourne (voce), Tony Iommi (chitarra), Geezer Butler (basso), Bill Ward (batteria)
Acquista in formato Compact Disc: Amazon UK, Amazon IT, ibs.it
Acquista in formato Vinile LP: Amazon UK, Amazon IT, ibs.it
Ascolta gratuitamente su Spotify: Black Sabbath - Vol.4 (1972)
Nel pieno della loro ascesa verso l'Olimpo delle band più importanti e influenti della storia del rock (e della musica in generale), con tre album già pubblicati da inserire nel curriculum (Black Sabbath, Paranoid e Master of Reality), i Black Sabbath tornano in studio per registrare il loro quarto album: Vol 4.
La registrazione di Vol 4 avviene dopo il licenziamento del produttore dei primi tre dischi, Rodger Bain, a seguito di divergenze tra la band e il produttore, che sosteneva che il successo della band fosse più merito suo che del gruppo.
I quattro decidono dunque di autoprodurre il long play (LP), dedicando una quantità di tempo che fino a quel momento, a causa dei frequenti tour dal vivo dovuti al successo sempre maggiore, non era mai stata spesa per la fase di registrazione: sei settimane.
Il risultato è qualitativamente strabiliante. Pur mantenendo lo stile inconfondibile che ha contrassegnato i primi tre dischi, questo album presenta sperimentazioni grandiose, come l'uso di strumenti finora mai utilizzati dalla band come pianoforti o violini, ad esempio nelle tracce "Changes" e "Laguna Sunrise" o pezzi puramente psichedelici, come "FX", registrato in un periodo in cui il campionamento musicale non esisteva, e canzoni di quel tipo andavano registrate in maniera del tutto artigianale.
Il piatto forte di Vol 4, tuttavia, è l'uso di temi forti nei testi. La già citata "Laguna Sunrise" è il risultato delle feste selvagge e psichedeliche a cui tre dei quattro membri del gruppo (Osbourne, Butler e Ward) partecipavano frequentemente a Laguna, in California, nei pressi di Sacramento. "Snowblind", invece, si ispira al piacere che i membri della band provavano nell'uso della cocaina. La leggenda vuole che proprio "Snowblind" dovesse essere anche il titolo dell'album, che fu poi cambiato in Vol 4 a seguito del rifiuto dell'etichetta discografica, che ritenne eccessivo utilizzare un titolo così trasgressivo.
Il pezzo migliore del disco, almeno secondo il sottoscritto, è "Wheels of Confusion", cioè la traccia di apertura del disco stesso. Nonostante la lunghezza "extra" della canzone (otto minuti), non annoia mai, e anzi regala nella parte finale un assolo strumentale da pelle d'oca: due minuti e mezzo di piacere musicale firmato dalla premiata ditta Iommi-Butler-Ward.
Da segnalare, infine, "Changes", che presenta un testo alquanto insolito per la band, in quanto tratta la fine di un rapporto sentimentale; "St. Vitus Dance", influenzata da sonorità folk e blues; "Supernaut" e "Tomorrow's Dream", che mantengono inalterato il sound della band dei primi dischi; "Cornucopia" e "Under the Sun", che invece portano avanti le sonorità doom già sperimentate in passato.
In conclusione, il disco è consigliatissimo: tra i più orecchiabili del periodo con Ozzy Osbourne alla voce, Vol 4 è anche un disco maturo che dubito rivenderete mai al mercatino dell'usato.
Voto: 8
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